giovedì 21 marzo 2013


BREVE STUDIO DELLA MENTE


di Viola Schirru


Come è già stato detto precedentemente, “in quest’epoca occorre riabilitare la scienza in quanto Conoscenza che comprenda lo studio dell’invisibile, del sacro, dell’intangibile”. La scienza dello Yoga, che dovrà essere protagonista di questa riabilitazione, concepisce “scientificamente” l’essere umano come un sistema, all’interno del quale si deve operare, agendo sulla triade mente-corpo-emozioni.



In questa triade, ogni singolo elemento influenza ed è correlato inscindibilmente con gli altri due, e funziona finché l’intero sistema eroga e riceve energia.
Di questi tre elementi, il più potente è senz’altro la Mente, poiché è “la magia e la prigione di ogni essere vivente su questo pianeta”.


In occidente, la mente è stata indagata “a compartimenti stagni”, ossia da singole discipline che si limitavano al loro campo di azione o conoscenza, dimenticando come l’oggetto della loro ricerca fosse un sistema vitale, nel quale ogni parte interagisce con l’altra, direttamente o indirettamente.
La frammentazione delle metodologie e discipline, per lo studio di uno strumento potentissimo e estremamente complesso come la mente, ha indebolito il comune intento, terminando inevitabilmente in un plateale buco nell’acqua.

Comportamentisti, cognitivisti, neurologi, filosofi, psicologi, antropologi, artisti, hanno saputo cogliere la parte, e mai il tutto. E poiché il tutto è superiore alle singole parti, le quali hanno ben poco senso se analizzate singolarmente, i segreti della mente non sono ancora stati scoperti fino in fondo.

Sono affascinanti gli studi psichiatrici sulle patologie della mente, o sulle difficoltà cognitive riscontrate in soggetti che hanno subito lesioni cerebrali parziali o totali,poiché hanno consentito di “smontare” il cervello, mostrandone il funzionamento“tecnico”.

Anche questi esperimenti, però, hanno raccolto un numero insufficiente di informazioni. Come se fosse stata strappata una pagina del libretto di istruzioni della macchina cerebrale, una pagina mai più ritrovata, al tutto “mente” mancava semprequalcosa, qualcosa che unificasse in modo “senziente” le varie parti, che le governasse, le guidasse, che insomma umanizzasse lo strumento.

Evidentemente, questo qualcosa non poteva trovarlo una singola “scienza”, la qualeera palesemente sprovvista degli strumenti adatti.
Purtroppo, l’istinto alla separazione e l’avidità dell’uomo hanno fatto sì che ben pochi studiosi “deponessero le armi”, accademiche e non, e con umiltà ammettessero di non potercela fare da soli, col solo limitato strumento delle proprie “discipline”, e decidessero di collaborare in sinergia con altri colleghi scienziati, valicando gli ostacoli della ristrettezza mentale e dell’attaccamento al proprio background formativo.

Ma tra i pochi, qualcuno ci ha provato seriamente, e il risultato è stato un approfondito studio sul funzionamento della mente, sulla cognizione e sulla meditazione, al quale hanno collaborato il neuroscienziato Francisco J. Varela (noto per la sua teoria dell’autopoiesi), la psicologa Eleanor Rosch e il filosofo EvanThompson.

I tre “scienziati” hanno unito energie, menti e conoscenze, utilizzando la “chiave”dell’autopresenza, dell’osservazione di sé, per risolvere l’intricata questione della “coscienza unificatrice”.
Dal loro studio, nasce il testo al quale, nella traduzione italiana, è stato dato il titolo La via di mezzo della conoscenza, con preciso riferimento alla filosofia del monaco buddhista Nagarjuna, mentre il titolo originale, molto più esaustivo, è The Embodied Mind. Cognitive Science and Human Experience.

Sebbene il pionieristico studio abbia interessato molti “studiosi della mente”, lo ha fatto però soprattutto nell’ottica di una “mente incorporata”, piuttosto che in quella innovativa dell’autopresenza, concetto ancora indigeribile per la cultura occidentale accademica.
Sono pochi, infatti, gli scienziati che oggi abbracciano l’importanza degli studi su mente corpo (ed emozioni), da sempre oggetto dello yoga e della meditazione, anche se si stanno diffondendo psicologi e neuroscienziati che integrano la meditazione e i suoi effetti nelle loro ricerche e terapie (è il caso, ad esempio, della Mindfulness). 

Nell’indagine occidentale sulla mente, comunque, c’è ancora da menzionare un altro studio innovativo, che precede di un decennio quello rivoluzionario di Varela, Rosch e Thompson. Verso la fine degli anni ’70, uno scienziato particolarmente curioso, Benjamin Libet, e i suoi precursori, i quali hanno scoperto il “potenziale di prontezza motoria”, non si sono arresi all’idea di una mente-circuito elettrico.
Spinti anche da un certo orgoglio di “specie”, invece che fermarsi ai fatti immediatamente disponibili ai loro occhi e al loro background teorico, sono andati oltre, alla ricerca di qualcosa di più profondo, che potesse dare alla mente dignità di strumento “umano”, piuttosto che computazionale o elettrico.

Libet, neurofisiologo, intendeva studiare la relazione tra attività cerebrale e la coscienza di un movimento volontario, al fine di stabilire l’esatto momento in cui un soggetto diventasse consapevole della sua decisione di agire.

Per verificarlo, ha effettuato alcuni esperimenti, durante i quali i soggetti esaminati dovevano decidere liberamente di muovere un dito o di piegare il polso, e segnalare,su un particolare orologio da lui progettato, il momento esatto nel quale ritenevano di aver deciso di effettuare il movimento.

Nell’analisi dei risultati dell’esperimento, Libet si focalizzava sul “potenziale di prontezza motoria”, che indica un incremento graduale dell’attività elettrica, visibile nell’elettroencefalogramma come un’onda che ha inizio circa un secondo prima diogni movimento volontario, ed è generato dall’area motoria supplementare, coinvolta nella preparazione dei movimenti.

Ha dunque rilevato che il movimento si attiva prima del momento nel quale i soggetti sostengono di aver preso la decisione di compierlo, scoprendo un’asincronia tra coscienza dell’azione e azione stessa.

Le conclusioni che si possono trarre da questa scoperta sono semplici, ma l’essere umano tende a complicarsi le cose.
Gli studi di Libet sono serviti ai più per limitanti elucubrazioni mentali, sminuendo la portata di una scoperta del genere e, purtroppo, fermandosi lì. In molti, compreso lo stesso Libet, hanno riflettuto a fondo sulla correlazione tra coscienza e azione, su un essere umano ”agito” o che “reagisce”, sottolineandone l’importanza in relazione all’inflazionato “libero arbitrio”.

Il libero arbitrio, che dalla libertà interiore di socratica memoria del nobile “Nosce teipsum” è oggi diventato un alibi per guardare alla propria libertà esteriore, piuttosto che a quella interiore, illudendosi di poter ottenere l’una bypassando l’altra, ha risucchiato l’attenzione di coloro che si sono interessati ai risultati ottenuti da Libet.

In realtà, modificare l’esterno senza prima aver modificato l’interno è impossibile, inutile e presuntuoso, in quanto la vera libertà è prima di tutto consapevolezza e responsabilità del proprio agire, quell’attenzione costante al “sé” che sola garantisceun’indomita volontà, garanzia dell’azione di un uomo libero e non della “reazione “ di uno schiavo.

A un’osservazione più approfondita, il risultato ottenuto da Libet, infatti, altro non è che una “prova empirica”, scientifica, della passività e inconsapevolezza dell’essere umano, il quale è costantemente al centro di dinamiche stimolo-risposta, come un animale o una macchina.
L’essere umano svelato da Libet è un animale che agisce, anzi, risponde randomicamente a impulsi che lo governano come uno schiavo.

Un essere del genere potrà anche sforzarsi ogni giorno di essere migliore, di riparareai suoi errori, di vedere per un attimo la gabbia nella quale è rinchiuso, ma senza il controllo cosciente delle oscillazioni della mente e la conoscenza del suo effettivo funzionamento, non potrà mai raggiungere risultati stabili e duraturi.

Nel continuo confronto con il fallimento, dovuto principalmente alla scelta di un’errata prospettiva “estroversa” per la risoluzione di un problema “interno”, l’essere umano può a un certo punto scegliere di arrendersi alla sua “crudeltà ed egoismo”, o all’inerzia che, pari alla forza di gravità, lo trascina in basso. Può anche provare a combattere, ma lo farà contro i mulini a vento, sprecando le sue energie e rialzandosi da ogni battaglia sempre più frustrato.
Occorre per questo adottare una via di fuga, che consiste nell’andare contro corrente e, con enorme sforzo, guardarsi sinceramente dentro.


Non è facile. E  per farlo si potrebbe partire, appunto, dalla mente, dalla sua osservazione. Ma la mente oscilla continuamente da uno stimolo all’altro, catapultandosi, con la benzina dell’emozione, in tempi e spazi che non sono mai il “qui e ora”, il presente.
Se si vuole osservare immediatamente quanto l’essere umano sia “schiavo di se stesso”, si deve piuttosto concentrare l’attenzione sul corpo, l’unico della triade mente-corpo-emozioni a restare nel presente.

Nel corpo, si riflette l’attività della mente, sia quella di breve periodo (un pensiero) che quella di lungo periodo (ad esempio un’abitudine, un loop mentale).
Per questo motivo, osservando l’inconsapevolezza del corpo, si potrà verificare quella della mente. A questo fine, potrà essere utile sperimentare un semplicissimoesercizio di osservazione di sé, che può essere fatto in qualunque luogo e momento.

Ovunque voi siate, chiunque abbiate a fianco o davanti, e in qualunque posizione vi troviate, provate. Potete farlo.

Partiamo proprio dalla posizione. Siete seduti? Siete in piedi? Come avete sistemato le gambe? Sono accavallate? La destra è sopra la sinistra o viceversa? Sono entrambe poggiate a terra, sono immobili o un piede si muove nervosamente? Osservate. Seriamente. Meticolosamente. Osservate.
E osservate la schiena. A meno ché non decidiate di sperimentare l’esercizio in un contesto nel quale dobbiate sforzarvi di tenerla diritta, sicuramente sarà curva, storta, come abbandonata.
La schiena, per la maggior parte del tempo, viene infatti ironicamente confusa dal suo proprietario con il dorso di un mollusco, che è privo di colonna vertebrale. E’ sconvolgente rilevare che non sia così: abbiamo la capacità di tenere la schiena drittae, anzi, questa è la sua posizione più dignitosa. Continuate ad osservare.


Osservate, perché la sola osservazione sta generando un cambiamento. Fissate benein mente un concetto fondamentale: l’osservazione genera cambiamento, l’osservatore modifica l’oggetto osservato. Fissare l’attenzione su un punto, lo illumina.
La riflessione su questo singolo, elementare concetto, può generare all’interno un’esplosione che brucia il nostro combustibile di ignoranza e inconsapevolezza. Un’esplosione migliaia di volte più potente delle elucubrazioni mentali frutto della lettura di decine di libri new age, di “spiritualità” o pseudo tali. La verità è semplice.


Torniamo all’esercizio. Fate un altro sforzo di attenzione. Vi ricordate in quale momento e perché avete adottato quella specifica posizione? L’avete assunta consapevolmente, volontariamente? O deriva, piuttosto, da un mix di adattamento meccanico e abitudini posturali? Per la maggior parte dei casi, sarà la seconda possibilità. Il che è inquietante. E’ inquietante perché il corpo è strettamente collegato alla mente e alle emozioni. Il fatto di non possedere più che la minima consapevolezza di un elemento di questa triade, il più immediato, mostra quanto scarsa sia la consapevolezza degli altri due, e del sistema in generale.

Con lo studio del sistema e un’approfondita osservazione personale, a un certo punto  si scopre che dietro una semplice postura si nasconde un complesso microcosmo. Dentro a un’abitudine fisica, si trovano anche un’abitudine mentale e una emozionale. Ma anche dietro una scelta posturale “improvvisata”, risiede un pensiero o un’emozione momentanei, che però noi non riusciamo a identificare istantaneamente con la postura corporea. Se fossimo consapevoli del nostro sistema, questo riconoscimento ci verrebbe naturale.


Anche in questo caso, provare per credere. Qui l’esercizio si fa più complicato. Occorre staccare gli occhi dalla lettura, e guardare altrove. Tempo pochi secondi, e la nostra mente produrrà, o meglio si riempirà di contenuti.

Provate a tenere presenti tutti i pensieri che la vostra mente produrrà in cinque minuti. Provate a fermarli e prenderne il capo, come se fossero delle corde. Risalite queste corde, osservando quindi il collegamento con l’emozione che le ha generate, una per una. Provate poi a collegare l’emozione a un ricordo. Ci riuscite davvero?


Alcuni pensano che sia inutile porsi domande del genere. Alcuni sostengono che l’amnesia pressoché totale nella quale sprofondiamo, per grandissima parte del tempo, sia un modo in cui la mente ottimizza la sua memoria interna. Ma questo equivarrebbe a dire che la mente umana poco si discosta da un computer.

La mente, invece, è molto di più. E un essere umano, che aspiri a divenire consapevole, dovrebbe pretendere che la propria mente sia un perfetto strumento per fare esperienza nel Mondo. Non uno mediocre e mal funzionante.
Si può utilizzare un esempio, per spiegare il concetto.

Poniamo che abbiate comprato uno stereo e vogliate sintonizzarlo sulla frequenza 100, che corrisponde alla vostra radio preferita. Lo fate, ma l’audio è pieno di interferenze. Provate a spostare lievemente il sintonizzatore, ma l’interferenza continua. Vi alzate, vi guardate attorno e individuate il vostro cellulare. Lo spostate, credendo sia lui a generare interferenza. Sbagliato, perché l’interferenza continua. E ora si aggiunge un altro disturbo, parecchio inquietante: il sintonizzatore si sposta da solo e non riuscite proprio a fermarlo, come se fosse dotato di vita propria.
Uno stereo del genere sarebbe uno strumento inefficiente, e chiunque lo riporterebbe al negozio o se ne libererebbe in altro modo. Molti ne sarebbero perfino terrorizzati.

Pensiamo però, che la nostra mente, all’attuale stato di in-consapevolezza, funziona allo stesso modo, e idem le nostre emozioni.

Il corpo è al limite, perché può essere controllato molto più agevolmente, ma solo con sforzo e attenzione. Altrimenti, come abbiamo visto, si affloscia e si sistema “come vuole lui”, facendosi beffe del suo presunto padrone: noi.

Se quanto è stato detto fino a qui non vi suscita nulla, perché vi sembra sufficiente che il vostro sistema mente-corpo-emozioni adempia alle funzioni principali, ossia aciò che serve per agire nel quotidiano e alla sopravvivenza, fermatevi pure qui.
Se invece dentro vi si è mosso qualcosa, andate avanti.


Fatevi qualche domanda, rispondendovi sinceramente. Rispondete a voi stessi e siate sinceri come lo specchio che interrogate la mattina prima di uscire di casa, che nonmente mai, se avete orecchie per ascoltarlo. E poi, soffermatevi un attimo in una riflessione.

Siete felici? Vi sentite al sicuro? Trovate semplici e armoniosi i rapporti con gli altri esseri umani? Abitate in un mondo che ritenete sicuro, evoluto, splendente? Vi alzate la mattina col desiderio sfrenato di gettarvi in un’altra frenetica ma eccitante giornata, alla fine della quale vi sentirete più ricchi in tutti i sensi? O piuttosto, avviene più o meno così: vi svegliate un po’ incavolati (a volte molto), con la nostalgia dell’ipnosi del sonno, con l’ansia latente che vi accarezza il collo con la sua mano gelida, e la testa immediatamente piena di pensieri su cose da fare, su come farle e quando farle, mentre il corpo si contorce maldestramente o si muove automaticamente in gesti meccanici, ripetuti migliaia di volte, senza interesse, con gli occhi o le orecchie distratti da immagini e suoni “tristemente colorati”? Continuo, o vi state riconoscendo, nauseati?
Se il sistema corpo mente emozioni funziona come lo stereo descritto poco fa, non ci si può stupire del risultato.
E’dunque giunto il momento di agire, invece che reagire.

astronavepegasus

   




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