domenica 23 febbraio 2014

Nuovi metodi di cura per la depressione

Foto: ©photoxpress.com/MAXFX

La depressione può essere trattata per mezzo di nuovi approcci terapeutici basati su nuove ricerche. 

Ricercatori statunitensi sostengono di aver trovato nuovi metodi, e alternativi ai più comuni psicofarmaci, per la cura della depressione. Lo studio che indica una nuova via da percorrere nel trattamento del male oscuro.

Per trattare la depressione non esistono solo psicofarmaci come quelli che agiscono sull’inibizione dei neurotrasmettitori. Anche se questi sono i metodi più diffusi e più d’impatto, non sono efficaci con tutte le persone. Secondo i ricercatori della Loyola University e dell’East Liverpool City Hospital dell’Ohio vi sono infatti delle tecniche e altri farmaci che possono essere efficaci nel trattamento di questa vera e propria malattia, definita “il male oscuro”.


Secondo il dott. Murali Rao e la dott.ssa Julie M. Alderson le alternative ai più comuni psicofarmaci sono la stimolazione elettrica e magnetica del cervello, la terapia cognitivo-comportamentale a lungo termine per la gestione dello stress e soprattutto una nuova generazione di farmaci che non abbia come bersaglio i neurotrasmettitori.

I farmaci che agiscono sui neurotrasmettitori sono stati creati perché per oltre 50 anni si è pensato che la depressione fosse causata da una carenza di questi messaggeri chimici che trasportano i segnali tra le cellule cerebrali. Questi farmaci agiscono aumentando il rilascio o bloccando la degradazione di neurotrasmettitori come dopamina, noradrenalina e serotonina.



Ma la ricerca non può fermarsi, ed ecco perché i ricercatori hanno voluto guardare oltre l’azione sui neurotrasmettitori per comprendere come si sviluppano la depressione e i disturbi depressivi.
Le nuove teorie sulla depressione si stanno infatti concentrando sulle differenze di densità dei neuroni in varie regioni del cervello, sugli effetti dello stress sulla nascita e la morte delle cellule cerebrali, sull’alterazione dei percorsi di feedback nel cervello e sul ruolo dell’infiammazione cerebrale causata dalla risposta allo stress.



E proprio lo stress cronico si ritiene possa essere implicato in prima persona nello sviluppo della depressione, poiché questa situazione a lungo andare danneggia le cellule sia del corpo che del cervello. Le esperienze stressanti, specie se ripetute, si pensa siano strettamente associate con lo sviluppo di alterazioni psicologiche che possono sfociare in disturbi neuropsichiatrici veri e propri.

Gli scienziati hanno osservato che in condizioni di stress cronico sono le cellule nervose dell’ippocampo a soffrirne, iniziando ad atrofizzarsi. L’ippocampo, lo ricordiamo, è la regione del cervello associata alla memoria, all’apprendimento ma soprattutto alle emozioni. 



Gli autori dello studio, pubblicato sulla rivista Current Psychiatry, hanno sottolineato che le nuove teorie sulla depressione e le cause non dovrebbero essere viste come entità separate, perché sono altamente interconnesse, e la loro integrazione prevede una comprensione più ampia della fisiopatologia della depressione e dei biomarcatori che sono coinvolti.

Questi biomarker sono molecole fisiologiche possono essere utilizzate come veri e propri indicatori della malattia, e i ricercatori ne hanno già individuati oltre una dozzina. Tra questi vi sono i regolatori delle monoamine, le citochine proinfiammatorie e altri mediatori infiammatori, mediatori dell’attività glutammatergica e l’attività GABAergica e, infine, i regolatori della neurogenesi.


Partendo dunque da questi presupposti, gli scienziati ritengono che la depressione possa essere trattata in modo più efficace e duraturo che non con gli approcci di vecchia concezione.

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